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Songs that the Hyades shall sing,
Where flap the tatters of the King,
Must die unheard in
Dim Carcosa.
L'Impero era così impossibilmente vasto, che spesso chi viveva nella capitale ignorava addirittura l'esistenza della maggior parte delle province più esterne.
Ai margini della galassia una rivolta poteva scoppiare ed essere schiacciata prima ancora che l’Imperatore lo venisse a sapere; le stesse truppe imperiali non avevano che una vaga idea del motivo per cui combattevano, e spesso non sapevano esattamente neppure contro chi.
Il risultato era che, in quei settori così remoti, centinaia di piccole guerre erano andate avanti per anni e anni, senza che nessuno ricordasse più il motivo per cui erano incominciate. Interi pianeti erano stati devastati, altri depredati di tutte le loro risorse, per alimentare conflitti che erano durati più a lungo del loro stesso scopo.
Il Maresciallo Kurtal guardò fuori dal grande oblò della sua fregata, in direzione delle lune che giacevano in frantumi a poche migliaia di chilometri di distanza.
Un altro enorme frammento era caduto sulla superficie del pianeta sottostante; da dove si trovava, il maresciallo poteva vedere l’esplosione, e la polvere e i detriti che si diffondevano nell’atmosfera a causa dell’impatto.
Un intero ecosistema distrutto. Un’altra vittoria che il maresciallo non si sentiva di festeggiare.
Si voltò verso il suo secondo in comando, un essere altrettanto devastato dalla guerra quanto la superficie del pianeta che si trovava migliaia di miglia sotto i loro piedi, una massa di carne e metallo che sembrava tenersi assieme solo grazie a un inimmaginabile sforzo di volontà.
–Retrocomandante Nelath…– mormorò.
–Signore!– l’ufficiale scattò (letteralmente) sull’attenti con un suono metallico.
–Trasmetta alla flotta l’ordine di ripiegare. E… proietti una mappa del settore.
Qualche centimetro al di sopra del lucido piano del tavolo comparve una mappa tridimensionale del settore, con stelle e sistemi.
Una nuvola azzurra indicava la posizione della flotta, mentre una serie di punti rossi sparpagliati rappresentavano i movimenti del nemico.
L’immagine del pianeta sotto di loro cambiò dal rosso all’arancio, ad indicare la sua completa distruzione.
Con un sospiro il maresciallo constatò che il colore prevalente era l’arancione, con spruzzi di rosso e macchie blu che emergevano come isole in un mare di morte.
I territori devastati superavano di gran lunga quelli conquistati, forzando sia la Flotta Imperiale che i ribelli a ripiegare verso i settori più interni, dove lo scontro riprendeva allo stesso modo e finiva allo stesso modo.
Ciascuna parte era così equamente bilanciata che nessuna riusciva a prevalere sull’altra, ma i danni collaterali erano immensi.
Continuando di questo passo, prima o poi la guerra avrebbe certamente travolto il Centro Imperiale, dopo aver cancellato ogni traccia di civiltà dall’Universo conosciuto.
Avrebbero potuto volerci anni o addirittura secoli di conflitti ininterrotti, ma alla fine l’Impero si sarebbe inevitabilmente autodistrutto, come una grande bestia che lentamente divora se stessa. Eppure c’era qualcosa che non andava.
Il maresciallo Kurtal aveva una strana sensazione, come se da qualche parte stesse succedendo qualcosa di ancora più terribile, di cui lui stesso era per il momento all’oscuro, ma che presto sarebbe stato costretto ad affrontare.
Quasi per scacciare questi cupi pensieri, spense la mappa.
Il retrocomandante Nelath rivolse un saluto al suo superiore e uscì dall’alloggio; il maresciallo sprofondò nella sua poltrona e fissò a lungo il pianeta che si allontanava, mentre la sua nave ammiraglia si ricongiungeva al resto della flotta.
Ci vollero un paio d’ore per sincronizzare i sistemi di trasposizione di tutte le astronavi: per tutto quel tempo, finché l’immagine al di là del vetro non si dissolse, Kurtal non smise di fissare.
Solo quando la flotta entrò nel non-spazio, finalmente, si concesse un momento di pace (o un milione di anni; non era possibile stabilirlo con certezza, perché nel non-spazio non esisteva nulla, neanche il tempo).
Quando le stelle ricomparvero al di la dell’oblò, ricomparve anche il retrocomandante Nelath.
Il maresciallo non lo aveva neppure sentito entrare; riemergere dal non-spazio nello spazio normale era come risvegliarsi da un sogno.
–Com’è per lei, Nelath?– domandò distrattamente.
–Com’è cosa, signore?
–Il viaggio attraverso il non-spazio…– mormorò l’ufficiale –dicono che sia diverso per ognuno. Lei come si sente?
L’uomo fece alcuni movimenti meccanici prima di rispondere.
–Io mi sento…
–Sì?– lo incoraggiò il suo superiore.
–Io mi sento… intero… signore!
Il maresciallo si voltò di nuovo, con un profondo sospiro, verso l’oblò, da cui ora non si vedevano altro che stelle.
–Voleva dirmi qualcosa, Nelath?– domandò distrattamente, senza guardarlo.
–Solo informarla che siamo arrivati nel settore delle Iadi, signore!
–Le Iadi…– bofonchiò il maresciallo Kurtal tra sé, valutando, tra tutti i movimenti possibili, quale fosse il più opportuno.
–Ordini alla flotta di dirigersi verso Coronis– fece il maresciallo –ci fermeremo laggiù per i rifornimenti e le riparazioni, e poi faremo rotta per Aldebaran.
–Aldebaran, signore?
La strana voce metallica del retrocomandante gracchiò di stupore.
–Sì, Aldebaran. Questo le crea dei problemi, retrocomandante?
–Nessuno, signore… solo, non credo che la Casa di Aldebaran accoglierà la nostra flotta a braccia aperte.
Il sarcasmo del retrocomandante si perse nel timbro innaturale della sua voce.
Questa volta il maresciallo fece mezzo giro su se stesso e guardò il suo secondo dritto in faccia (o in quello che ne era rimasto).
–Nelath, quando è stata l’ultima volta che qualcuno ci ha accolto a braccia aperte?
Il retrocomandante non rispose.
–Appunto!– bofonchiò il maresciallo voltandosi di nuovo verso l’oblò.
Il principale avamposto militare delle Iadi era avvolto tra le nubi di gas ribollenti di un colosso gassoso, due o tre volte più grande di Giove, che orbitava attorno alla sua stella ad una distanza inferiore a quella di Venere; lo spazio che separava i due astri inoltre, era punteggiato da una fitta cintura di asteroidi, alcuni abbastanza grandi da essere lune, e da miliardi di particelle di pulviscolo che arrivavano quasi a toccare il sole.
L’accumulo di gravità e di cariche elettromagnetiche generava lampi letali che rendevano l’avamposto impossibile da localizzare usando i sensori a lungo raggio, e di fatto inavvicinabile da un qualsiasi numero di astronavi abbastanza grande da costituire una seria minaccia.
La flotta dovette quindi dividersi in unità più piccole per attraversare quelle turbolenze, ciascuna delle quali avrebbe dovuto compiere manovre di avvicinamento estremamente complicate.
Ci sarebbe voluto più di un mese perché l’ultima nave potesse attraccare, e almeno un anno prima che l’intera flotta, a riparazioni ultimate, fosse stata in grado di ripartire.
L’enormità dei tempi tecnici contribuiva non solo al prolungarsi della guerra, ma anche, indirettamente, alla sua invisibilità.
Era una guerra diluita, tanto rarefatta quanto il pulviscolo che circondava il pianeta, ma altrettanto infida e catastrofica.
Il maresciallo Kurtal avrebbe dovuto sovrintendere all’intera flotta, questo significava che la sua nave avrebbe attraccato per ultima, dopo aver passato settimane nel bordo esterno del sistema, lontano dalla tempesta fotonica.
Il pianeta stava passando in quel momento a fianco del sole, e da lontano dava l’impressione di una baluginante escrescenza, quasi di un bernoccolo, sulla sua superficie.
Nei giorni successivi, mentre osservava dal suo ponte di comando l’ennesimo grappolo di astronavi che si staccava dalla flotta per scomparire nella danza di lampi, il maresciallo Kurtal si sorprese a riflettere su come le operazioni della flotta, la vita dei soldati a bordo delle navi da battaglia, la guerra stessa, fossero diventate ormai tanto sclerotizzate da essersi trasformate in una tediosa e inutile routine, spezzata soltanto dagli orrori che causavano.
Spesso anzi, neppure da quelli: in questo momento persino le rovine del pianeta che si erano lasciati alle spalle giorni prima non poteva sembrare più lontano dalla mente del maresciallo Kurtal, o da quelle dei suoi uomini, che approfittavano delle lunghe ore di inattività tra un turno e l’altro per cercare di condurre una parvenza di quotidianità tra le paratie.
Il maresciallo passò il comando delle operazioni al suo secondo e lasciò la plancia.
Mentre si faceva strada lungo e angusto per il corridoio, reso cupo e quasi lugubre dall’illuminazione malfunzionante a causa delle troppe battaglie, era vagamente conscio del pavimento di metalplastica, appiccicoso come se qualcosa di denso vi fosse stato versato sopra.
Nonostante il buio riusciva a vedere grosse macchie giallo verdastre, causate dalla muffa che prosperava negli impianti di filtraggio dell’aria che, da troppo tempo ormai, non ricevevano la necessaria manutenzione.
I suoi stivali quasi sprofondavano nell’ulteriore strato di pezzi di plastica e di pellicola in cui erano rimasti intrappolati frammenti di cibo sintetico.
Un sottoufficiale gli passò davanti.
La sua uniforme era sbottonata e sgualcita, e camminava appoggiandosi al muro, come se fosse ubriaco.
–Soldato!– esclamò il maresciallo in tono brusco.
–Uhmmm?– mugugnò il sottoufficiale. –Oh, sì… signore… signorsì, signore…
Qualunque ufficiale superiore, in qualsiasi altra circostanza, sarebbe andato su tutte le furie di fronte ad una simile mancanza di decoro, ma il maresciallo Kurtal era troppo stanco lui stesso anche solo per pensare alla disciplina.
Scosse la testa.
–Non importa… va pure.
Il sottoufficiale barcollò sull’attenti, inciampò e cadde.
Kurtal sospirò: gli sembrava di vagare in eterno, come uno spirito sperduto nelle profondità di Demhe.
Finalmente arrivò al suo alloggio, dove l’aria era meno deteriorata, e trasse un lungo respiro. Si lasciò sprofondare nella sua poltrona.
Ebbe la sensazione di scivolare fuori dall’universo, come se la nave fosse rientrata nel non-spazio, ma sapeva che era impossibile, doveva essersi semplicemente addormentato.
Di fronte a lui, sospesa sopra il tavolo, baluginava la grande mappa olografica, con i movimenti della flotta e del nemico; non ricordava di averla accesa ma era certo che non fosse lì un istante fa.
Scrutò di nuovo ogni punto luminoso, ogni stella, ogni settore, senza sapere esattamente che cosa stesse cercando.
Visualizzò il sistema di Aldebaran, con il suo enorme sole rosso, e le Iadi, dove si trovava ora la flotta.
Nel buio della stanza, continuare a fissare la mappa gli faceva male agli occhi, ma non voleva distogliere lo sguardo, preso da un’ansia e da un’urgenza che non sapeva spiegarsi.
Fuori intanto, un altro gruppo di navi, la loro carlinga battuta e annerita dalle bruciature dei cannoni al plasma e delle onde di concussione, si staccava dalla flotta per procedere verso i moli di rimessaggio.
a bordo di una di esse, l’ufficiale comandante si apprestava ad entrare in plancia nello stesso istante in cui il maresciallo Kurtal ne usciva.
La Exedron, sotto il comando di un certo brigadiere di vascello Kobald, era un semplice incrociatore leggero, una nave più piccola della fregata del Maresciallo Kurtal che fungeva da ammiraglia.
Tuttavia, se ciò era possibile, era ancora più malconcia: La plancia era semidistrutta, metà delle postazioni inutilizzabili, con pannelli mancanti o fili a vista, e il portello che avrebbe dovuto separarla dal resto della nave era bloccato in una sorta di sbadiglio metallico, senza potersi né chiudere né aprire completamente.
Uno squarcio nello schermo principale deformava le immagini fino a trasformarle in un insieme confuso di onde e punti, quindi le comunicazioni con il resto della flotta dovevano per forza avvenire solo su canali audio.
L’ufficiale alle comunicazioni era appunto occupato a coordinare i movimenti dell’incrociatore con quelli delle altre navi, quando il brigadiere Kobald gli chiese un rapporto sulla situazione.
–La Eregion prosegue davanti a noi, signore– riferì l’ufficiale –la Zanapher è ancora ferma.
–Comunichi alla Zanapher: avanti mezza.
L’ufficiale eseguì.
–la Zanapher si muove, signore.
–Bene, macchine avanti mezza.
L’addetto alle comunicazione si lasciò scappare un’inaspettata imprecazione.
–Che succede?– domandò il brigadiere.
Ma prima che l’ufficiale, la nave tremò e si udì il boato della decompressione provenire dai ponti inferiori di prua.
–Exedron, qui è la Azratod– una voce parlò dal comunicatore –PER GLI ABISSI DI DEMHE, CHE STATE COMBINANDO? CI SIETE VENUTI ADDOSSO!
–Azratod, qui è la Exedron– rispose l’ufficiale in tono di scusa –Abbiamo avuto un’interferenza sul canale a banda larga, scusate…
–Va bene, fermate le macchine– giunse la voce dalla Azratod –vi rimorchieremo fino al molo.
Al brigadiere Kobald non rimase altro da fare che chiedere un rapporto dei danni.
Nella sua cabina il Maresciallo Kurtal si era finalmente lasciato andare ad un sonno inquieto e teso, quando il cicalino dell’interfono lo svegliò.
–Che succede, per l’abisso?
–Maresciallo Kurtal, signore?– esitò la voce dall’altra parte del microfono.
–Sì, parlate!– il maresciallo imprecò.
–Signore, circa un’ora fa, si è verificata una collisione tra due navi in fase di attracco…
–Vittime?– s’informò il maresciallo.
–Nessuna signore…
–E ALLORA PER QUALE MOTIVO MI AVETE SVEGLIATO?– Kurtal protestò.
–Signore…– la voce esitò di nuovo –l’incidente è avvenuto a causa di quello che sulle prime credevamo essere un guasto all’impianto audio di una delle navi. la Exedron ha captato un’interferenza, che si è rivelato essere un messaggio criptato di origine sconosciuta…
–Un messaggio?– Kurtal si morse il labbro.
–E non era nostro, signore.
Il maresciallo si alzò dal letto infilandosi alla meglio la giacca dell’uniforme.
–Arrivo subito!– disse all’interfono.
–Mi faccia capire, Comandante– il Maresciallo Kurtal misurava la sala riunioni a grandi passi
–avete captato un messaggio sconosciuto, su una frequenza sconosciuta, in un codice sconosciuto… oppure no?
–In realtà non si tratta di un’unica frequenza. Abbiamo captato vari frammenti di messaggio… alcuni sono effettivamente di origine sconosciuta, mentre altri sono chiaramente su una frequenza usata dal nemico.
Stiamo ancora cercando di capirci qualcosa.
A rispondere non era stato il comandante, ma una donna minuscola dall’aspetto esotico. Non arrivava neppure alla spalla del maresciallo, eppure sosteneva il suo sguardo come molti dei suoi ufficiali anziani non erano in grado di fare.
Sull’uniforme indossava una sorta di soprabito senza maniche, con strani simboli ricamati sopra, e frange e nastri colorati decisamente insoliti per un militare.
Il Maresciallo arretrò di qualche passo, imbarazzato, poi decise di prendere in pugno la situazione, e chinò il capo.
–Matriarca…– mormorò.
La donna rise.
–Si rilassi, Maresciallo, non sono una matriarca… solo una magistra.
Senza darlo a vedere, Kurtal trasse un sospiro di sollievo. Era molto più facile avere a che fare con una magistra che con una matriarca… in ogni caso, qualcuno tra i suoi sottoposti avrebbe passato un bel guaio.
Nessuno poteva pretendere che il Maresciallo conoscesse ogni singolo ufficiale della flotta, ma avrebbero dovuto avvertirlo che a bordo della sua ammiraglia c’era un membro dell’Ordine di Tiarte.
–Come devo rivolgermi a lei, Magistra?– si informò il maresciallo.
–Il mio nome di servizio è Lennara– la donna rispose –può chiamarmi Magistra Lennara.
–E qual è il suo nome all’interno del suo ordine, sempre se posso chiederlo?
–De’Lennaradriel– fu la risposta.
–Molto onorato dalla sua presenza e del suo aiuto, Magistra De’Lennaradriel– Kurtal fece un elaborato quanto goffo inchino.
–Io e i miei Desharai siamo al suo servizio, colonnello Kurtal– la donna restituì l’inchino con grazia –Possa la Luce di Tiarte disperdere le tenebre in cui ci siamo smarriti.
–Ho paura– sogghignò tristemente il colonnello –che la Luce di Tiarte sia quanto mai fioca nell’epoca di caos in cui ci troviamo a vivere…
–Quello che dice è sfortunatamente vero, colonnello– ribatté la magistra Lennara –ma ritengo sia una ragione in più per sforzarsi di alimentarla, lei no?
–Sì, naturalmente lei ha ragione, Magistra– bofonchiò il colonnello –ma la prego, può dirmi cosa avete scoperto fino ad ora? Potrebbe essere importante…
–Naturalmente– la magistra Lennara annuì. Poi, con studiata professionalità, iniziò il suo resoconto.
–Sia la forma che l’esatta natura di questo messaggio, o messaggi, sono alla meglio… elusivi.
Può darsi che non si tratti di nient’altro di più di quello che appare a prima vista, e cioè di un agglomerato di frequenze alla deriva nello spazio, ma abbiamo individuato una struttura nel fronte d’onda che fa pensare a un qualche tipo di schema… uno schema che difficilmente può essersi prodotto per caso.
la magistra si avvicinò ad uno schermo e premette alcuni tasti.
–Questa è una prima ricostruzione dello schema– spiegò indicando una complessa serie di linee e di punti.
–Perdoni la mia ignoranza, Magistra– mormorò il colonnello –ma a me sembra del tutto incomprensibile!
–Non abbiamo ancora ricostruito lo schema nella sua interezza– proseguì la magistra –ma sembra obbedire ad una serie di codici numerici ben precisi, probabilmente delle coordinate.
Seguendo questa ipotesi, siamo riusciti a tracciare una serie di possibili punti d’origine, che però coprono un’area ancora troppo vasta per permetterci di arrivare ad una conclusione attendibile.
Ad un comando della Magistra il misterioso scema scomparve, rimpiazzato da una mappa stellare su cui si accesero delle X luminose, accompagnate da numeri.
Il colonnello si avvicinò allo schermo e fissò la mappa per diversi istanti, in silenzio.
Qualcosa di simile a un presentimento lo attraversò, ma se davvero c’era qualche pericolo nascosto nella posizione delle stelle, lui non era in grado di identificarlo.
–Per il momento, non sono in grado di dirle altro– la magistra spense lo schermo e mise le mani in grambo, in attesa.
–È già molto, considerate le circostanze… sono impressionato– mormorò il colonnello.
–La ringrazio, signore!
–Tuttavia, con un’area di ricerca così vasta… e così pochi dati a disposizione… potrebbe trattarsi di qualunque cosa!
Eppure il colonnello Kurtal non riusciva a liberarsi di una strisciante sensazione di pericolo in qualche angolo della sua mente.
–Magistra, so di non chiederle poco, ma la prego di fare ogni sforzo possibile per decifrare questo codice– fece il colonnello con urgenza.
La donna annuì.
–Certamente… lasci fare a me, colonnello.
–E mi avvisi immediatamente, se dovesse scoprire qualcosa. Qualunque cosa, anche la più insignificante…
–Come desidera, colonnello. Mi rimetto subito al lavoro.
Il colonnello Kurtal e la magistra Lennara lasciarono la sala riunioni ciascuno diretto in una direzione opposta.
Il colonnello allentò il colletto dell’uniforme e trasse un pesante sospiro.
Era troppo presto per riprendere servizio, e troppo tardi per tornare nel suo alloggio e tentare di recuperare il sonno perso (e non era certo che sarebbe riuscito a dormire in ogni caso).
Decise di raggiungere il circolo ufficiali e di mangiare almeno un boccone, per avere almeno le forze sufficienti alle operazioni di smistamento della flotta.
Quindi si diresse verso il ponte.
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